Lo skill mismatch tra formazione e mercato frena giovani e imprese: la sfida di una nuova alleanza educativa.
Cos’è lo skill mismatch e perché è un problema per il Paese
In Italia, ogni anno migliaia di giovani varcano le soglie delle scuole e delle università con un titolo in tasca, ma senza un posto nel mondo. Non è una questione di scarso impegno o di mancanza di opportunità: è il sintomo di una frattura strutturale tra ciò che si studia e ciò che serve davvero. È il fenomeno dello skill mismatch – lo scollamento tra istruzione e mercato del lavoro – che rischia di diventare una delle zavorre più pesanti per la crescita del Paese.
Lo skill mismatch è una discrepanza tra le competenze acquisite durante il percorso formativo e quelle richieste dalle imprese. Può essere “verticale” – quando il titolo di studio è superiore alle reali necessità del ruolo ricoperto – o “orizzontale”, quando si lavora in un settore completamente diverso da quello degli studi. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: inefficienza, insoddisfazione e stagnazione.
I numeri dello skill mismatch in Italia
I numeri sono eloquenti. Secondo il Rapporto Excelsior di Unioncamere e ANPAL, nel 2024 il 45% delle assunzioni programmate è andato a vuoto per carenza di candidati adeguati. Le difficoltà maggiori si concentrano in ambiti tecnici, informatici, meccatronici, nell’edilizia specializzata, nella sanità e nell’istruzione tecnica. Allo stesso tempo, oltre il 30% dei laureati italiani si ritrova impiegato in lavori che non richiedono la qualifica ottenuta, spesso precari e sottopagati.
Le cause del divario tra scuola e lavoro
Questo paradosso – disoccupazione da un lato, posti vacanti dall’altro – è il cuore del mismatch scuola lavoro. Ma le cause sono profonde e sistemiche. Il mondo della formazione in Italia procede spesso con tempi troppo lenti rispetto a quelli del lavoro. I programmi scolastici faticano ad aggiornarsi e le connessioni con il tessuto produttivo sono ancora troppo deboli. A ciò si somma una rigidità culturale che penalizza i percorsi tecnici e professionali, considerati ancora di “serie B”, in favore di licei e università che, pur non sempre garantendo un accesso agevole al lavoro, continuano ad attrarre la maggior parte degli studenti.
Anche l’orientamento scolastico lascia a desiderare: molti giovani compiono scelte formative senza una chiara visione delle prospettive occupazionali o delle professioni emergenti. Il risultato è un aumento dello skill mismatch, con giovani disillusi, ritardi nell’ingresso nel mondo del lavoro, rinvii nelle scelte di vita fondamentali come l’indipendenza economica e la creazione di una famiglia. In un Paese che invecchia, è un allarme sociale prima ancora che economico.
Come ridurre lo skill mismatch: verso una nuova alleanza educativa
Ma non tutto è perduto.
Per invertire la rotta serve costruire un ponte solido tra scuola e lavoro. E per farlo servono politiche coraggiose, integrate, e soprattutto condivise. Le parole chiave? Dialogo, flessibilità, aggiornamento. Occorre rafforzare il dialogo tra istituzioni formative e imprese, con tavoli di confronto, laboratori congiunti e programmi di alternanza realmente efficaci. Serve una rivalutazione profonda della formazione tecnica, con il potenziamento degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) e dei percorsi professionalizzanti, che devono diventare scelte attraenti e competitive nel contrasto allo skill mismatch.
Fondamentale anche un orientamento consapevole, basato su dati concreti e strumenti digitali, che accompagni famiglie e studenti nelle scelte. Accanto a questo, assume un ruolo centrale la formazione continua: oggi non è più sufficiente prepararsi una sola volta. Le competenze devono essere aggiornate lungo tutto l’arco della vita lavorativa, attraverso percorsi di formazione continua capaci di accompagnare le transizioni professionali e l’evoluzione dei settori produttivi.
La sfida è ambiziosa, ma necessaria. Lo skill mismatch non si risolve con una riforma spot. Serve una nuova alleanza educativa tra scuola, imprese e istituzioni, dove la formazione non sia solo trasmissione di saperi, ma anche preparazione concreta alla vita adulta e al lavoro. Solo così i giovani potranno smettere di sentirsi fuori posto, e le imprese di cercare invano.




















